> «I ragazzi non si fanno vedere, sono sfuggenti come le pantere, e quando si cattura una definizione il mondo è pronto a una nuova generazione»
> — Jovanotti
Ho visto un ottimo podcast (visto un podcast… ok, ci siamo capiti) di Illumina, genz vs millennial vs boomer, e già lì mi sono sentito abbandonato al mio destino: la Gen X sparita, non pervenuta, confinata a due citazioni di sfuggita. Eppure siamo noi i prescelti, quelli che hanno visto il mondo passare da Canale 5 e Bimbumbam alla schizofrenia dei social e ora — forse — tornare indietro.
È di questo che volevo scrivere: sta tornando indietro, la Gen Z non pubblica più.
Io ho visto tutto l’arco, dalle foto scambiate su mIRC a fine anni ’90 alle personalizzazioni deliranti di MySpace. Sono stato uno dei primi e unici del mio giro di abitanti del villaggio lacustre ad aprire un blog — senza mai chiuderlo, a quanto pare — e avevo anche un forum di cui ho perso il database, mannaggia.
Poi un giorno sono tornato dal mio primo grande viaggio, India, e la mia ragazza mi dice “ho fatto Facebook, uno dei ragazzi che era lì ha messo le foto”. Non bastava Flickr?
Da lì in poi, subito dopo, nasce lo smartphone e nascono pure i Gen Z, più o meno 2007. E subito si delineano tre generazioni con tre approcci completamente diversi: i boomer che non capiscono cosa sta succedendo e restano fermi agli SMS, noi Gen X a cui brillano gli occhi davanti a questi nuovi cosi pieni di giochi colori luci ma soprattutto — soprattutto — con dentro i nostri amici, cazzarola, ci si poteva sentire ovunque tutti insieme in un modo completamente nuovo, e i millennial che con sti cosi in mano ci sono praticamente nati.
Da lì inizia la danza delle generazioni. I boomeroni veri che usano i crescenti social senza nessun tipo di filtro, sgrammaticati, con le emoticon ovunque, con tutto quello che sappiamo. Noialtri che, ad eccezione di pochi eremiti rinunciatari, viviamo e mettiamo la nostra persona online con una meditata consapevolezza. E i millennial che — lasciatemi fare il vecchio — rinunciano quasi alla socialità perché tanto lì trovano già tutto.
Avrei pensato che i Gen Z fossero degli smartphone personificati, perennemente con la faccia nello schermo, senza manco sapere che sapore avesse un gelato. Invece no, sorpresa. Mentre le generazioni si susseguivano si evolvevano anche i social: il luogo che era nato per unire le persone, riuscendoci spesso, è oggi il luogo per separarle. Prima perché surrogava la relazione con uno schermo, oggi perché l’algoritmo manco te li fa vedere, i tuoi amici.
«Abbiamo tutti sedici, diciassette anni — ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato»
— Alessandro Baricco
Frase illuminante per me da vent’anni ormai. Lì si forma la persona, lì si fa la storia. I boomer per limonare dovevano andare in motorino sotto casa, noi potevamo provare a telefonare al telefono di casa ma c’era il genitore, i millennial sono cresciuti di personal brand e secondo me hanno limonato molto meno. La Gen Z? Eh, la Gen Z ci ha fregati: ha capito prima. Ha capito che era una fregatura colossale. E come già detto, è gente con le palle: adolescenti durante il COVID, non so se mi spiego.
Se il gioco è truccato, è meglio non giocare.
E quindi cosa fanno? Sono ovunque, su TikTok, su YouTube, su Discord, ma trattano i social come noi trattavamo la televisione: spettatori discreti, silenziosi, qualcuno telefona da casa ma è un’eccezione. La vita vera sta nei DM, nei server privati, nei gruppi chiusi dove l’algoritmo non arriva. Hanno separato l’identità dalla presenza online, e probabilmente è la cosa più sana che potessero fare.
E noi? Noi che ci siamo buttati a capofitto in questa roba con l’entusiasmo di chi scopre un giocattolo nuovo, noi che abbiamo documentato ogni cena ogni viaggio ogni pensiero delle tre di notte convinti di costruire un archivio di ricordi e invece abbiamo costruito un profilo da dare in pasto a un algoritmo che manco sapevamo esistesse — noi possiamo imparare qualcosa da questi ragazzini che hanno vent’anni meno di noi e vent’anni più di furbizia.
La prima cosa è che non tutto deve essere pubblico. Sembra banale ma per me non lo è stato a lungo: su Facebook il mio profilo è stato aperto per anni, ho aggiunto un sacco di amici che erano contatti, non me ne pento per le fasi che ho vissuto ma oggi è diverso. Non si tratta di nascondere, si tratta di scegliere. Una cosa può essere vera e importante e bellissima senza bisogno di metterla in vetrina, e la vetrina ha un costo che non sempre vale la pena pagare.
La seconda è che le relazioni vere non scalano. Non puoi avere seicento amici, non puoi mantenere rapporti significativi con tutti quelli che hai accettato su Facebook nel 2009, e l’illusione di poterlo fare ti porta solo a diluire l’attenzione su tutti senza darla davvero a nessuno. I Gen Z tengono i cerchi stretti, parlano con dieci persone invece che performare per mille, e probabilmente quando si vedono dal vivo hanno ancora qualcosa da dirsi.
Questo mi fa tornare piacevolmente alla mia slow tech, al mio blog, alla terra in cui l’algoritmo non conta un cazzo. Bentornati Gen Z, guidateci voi.


