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Ho visto nascere i social. Ora li guardo mutare.

> «I ragazzi non si fanno vedere, sono sfuggenti come le pantere, e quando si cattura una definizione il mondo è pronto a una nuova generazione»
> — Jovanotti

Ho visto un ottimo podcast (visto un podcast… ok, ci siamo capiti) di Illumina, genz vs millennial vs boomer, e già lì mi sono sentito abbandonato al mio destino: la Gen X sparita, non pervenuta, confinata a due citazioni di sfuggita. Eppure siamo noi i prescelti, quelli che hanno visto il mondo passare da Canale 5 e Bimbumbam alla schizofrenia dei social e ora — forse — tornare indietro.

È di questo che volevo scrivere: sta tornando indietro, la Gen Z non pubblica più.

Io ho visto tutto l’arco, dalle foto scambiate su mIRC a fine anni ’90 alle personalizzazioni deliranti di MySpace. Sono stato uno dei primi e unici del mio giro di abitanti del villaggio lacustre ad aprire un blog — senza mai chiuderlo, a quanto pare — e avevo anche un forum di cui ho perso il database, mannaggia.

Poi un giorno sono tornato dal mio primo grande viaggio, India, e la mia ragazza mi dice “ho fatto Facebook, uno dei ragazzi che era lì ha messo le foto”. Non bastava Flickr?

Da lì in poi, subito dopo, nasce lo smartphone e nascono pure i Gen Z, più o meno 2007. E subito si delineano tre generazioni con tre approcci completamente diversi: i boomer che non capiscono cosa sta succedendo e restano fermi agli SMS, noi Gen X a cui brillano gli occhi davanti a questi nuovi cosi pieni di giochi colori luci ma soprattutto — soprattutto — con dentro i nostri amici, cazzarola, ci si poteva sentire ovunque tutti insieme in un modo completamente nuovo, e i millennial che con sti cosi in mano ci sono praticamente nati.

Da lì inizia la danza delle generazioni. I boomeroni veri che usano i crescenti social senza nessun tipo di filtro, sgrammaticati, con le emoticon ovunque, con tutto quello che sappiamo. Noialtri che, ad eccezione di pochi eremiti rinunciatari, viviamo e mettiamo la nostra persona online con una meditata consapevolezza. E i millennial che — lasciatemi fare il vecchio — rinunciano quasi alla socialità perché tanto lì trovano già tutto.

Avrei pensato che i Gen Z fossero degli smartphone personificati, perennemente con la faccia nello schermo, senza manco sapere che sapore avesse un gelato. Invece no, sorpresa. Mentre le generazioni si susseguivano si evolvevano anche i social: il luogo che era nato per unire le persone, riuscendoci spesso, è oggi il luogo per separarle. Prima perché surrogava la relazione con uno schermo, oggi perché l’algoritmo manco te li fa vedere, i tuoi amici.

«Abbiamo tutti sedici, diciassette anni — ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato»
— Alessandro Baricco

Frase illuminante per me da vent’anni ormai. Lì si forma la persona, lì si fa la storia. I boomer per limonare dovevano andare in motorino sotto casa, noi potevamo provare a telefonare al telefono di casa ma c’era il genitore, i millennial sono cresciuti di personal brand e secondo me hanno limonato molto meno. La Gen Z? Eh, la Gen Z ci ha fregati: ha capito prima. Ha capito che era una fregatura colossale. E come già detto, è gente con le palle: adolescenti durante il COVID, non so se mi spiego.

Se il gioco è truccato, è meglio non giocare.

E quindi cosa fanno? Sono ovunque, su TikTok, su YouTube, su Discord, ma trattano i social come noi trattavamo la televisione: spettatori discreti, silenziosi, qualcuno telefona da casa ma è un’eccezione. La vita vera sta nei DM, nei server privati, nei gruppi chiusi dove l’algoritmo non arriva. Hanno separato l’identità dalla presenza online, e probabilmente è la cosa più sana che potessero fare.

E noi? Noi che ci siamo buttati a capofitto in questa roba con l’entusiasmo di chi scopre un giocattolo nuovo, noi che abbiamo documentato ogni cena ogni viaggio ogni pensiero delle tre di notte convinti di costruire un archivio di ricordi e invece abbiamo costruito un profilo da dare in pasto a un algoritmo che manco sapevamo esistesse — noi possiamo imparare qualcosa da questi ragazzini che hanno vent’anni meno di noi e vent’anni più di furbizia.

La prima cosa è che non tutto deve essere pubblico. Sembra banale ma per me non lo è stato a lungo: su Facebook il mio profilo è stato aperto per anni, ho aggiunto un sacco di amici che erano contatti, non me ne pento per le fasi che ho vissuto ma oggi è diverso. Non si tratta di nascondere, si tratta di scegliere. Una cosa può essere vera e importante e bellissima senza bisogno di metterla in vetrina, e la vetrina ha un costo che non sempre vale la pena pagare.

La seconda è che le relazioni vere non scalano. Non puoi avere seicento amici, non puoi mantenere rapporti significativi con tutti quelli che hai accettato su Facebook nel 2009, e l’illusione di poterlo fare ti porta solo a diluire l’attenzione su tutti senza darla davvero a nessuno. I Gen Z tengono i cerchi stretti, parlano con dieci persone invece che performare per mille, e probabilmente quando si vedono dal vivo hanno ancora qualcosa da dirsi.

Questo mi fa tornare piacevolmente alla mia slow tech, al mio blog, alla terra in cui l’algoritmo non conta un cazzo. Bentornati Gen Z, guidateci voi.

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art being in 3D

I tre pilastri dell’arte

Cosa differenzia l’arte dal niente, una guida pratica

Un framework pratico per distinguere l’arte vera dal resto (secondo me)

Ho visto un reel su Instagram poco tempo fa che mi ha colpito come capita a volte, e per poco ti rimane (merito del digital detox?). Proponeva un’idea interessante e io ho fatto i conti della serva per tradurla nel mio linguaggio: quando si parla di arte, di bellezza, di valore di un’opera, ci si può basare su tre pilastri. E no, la bellezza non c’entra niente, anzi probabilmente la bellezza è il risultato di questa valutazione più o meno conscia e soggettiva.

I Tre Pilastri

Ogni opera (pittura, musica, film, scultura, whatever) può essere analizzata secondo tre parametri

Novità

L’opera introduce qualcosa di mai visto o sentito prima.

Può essere:
– Un nuovo genere (primo rap, primo film sonoro)
– Una nuova tecnica (cubismo, CGI)
– Un nuovo approccio (concept album, found footage)

La novità ovviamente decade nel tempo: il primo film sonoro era rivoluzionario, i primi anni sono stati anni di novità continue, ma poi bisogna trovare altre aree da esplorare

Messaggio o idea o intuizione

L’opera porta, dovrebbe portare, comunicare qualcosa: emozione, concetto, critica, visione del mondo. Si può anche chiamare idea come disse un mio caro amico artista vero: se non hai l’idea non hai niente.

Gli avevo chiesto di insegnarmi o suggerirmi come fare a disegnare, e lui ha risposto: saper disegnare serve solo ad avere il frigorifero più bello rispetto agli altri bambini. Che spaccone che sei Gio. Però hai ragione.

Non vale se dice “guarda quanto sono bravo”, quella va nella tecnica (terzo pilastro).

NB questo pilastro è il più soggettivo, un messaggio per me potrebbe essere il nulla per te: i Nirvana urlavano urlavano, per me urlavano disagio o boh qualcosa di simile (andavo alle medie) per i miei urlavano e basta.

Tecnica

L’opera dimostra skill, maestria, virtuosismo.

Può essere tecnica tradizionale (saper dipingere/suonare/recitare) o tecnica innovativa (saper usare nuovo medium, creare un reel veramente strano con TikTok).

Può essere confuso con la novità ma c’è una regola abbastanza facile: se un principiante si mette a fare la cosa che sta facendo questa persona, la fa bene uguale? È il terreno del: se lo critichi tanto, prova a farlo tu e vediamo.

Non ci vuole tecnica per fare un balletto TikTok appunto, ci vuole tecnica per un solo di chitarra, per una ricetta fatta bene, per urlare in determinati modi, posso andare avanti.

La regola

Un’opera è arte quando ha almeno due pilastri su 3.

  • 0-1 pilastro → Non è arte. È opera, esercizio, spazzatura, gioco, divertimento, scherzo.
  • 2 pilastri → Arte
  • 3 pilastri → Capolavoro

Vediamo una disanima degli scenari possibili (sto qui è fuori, direte: sì).

Le otto combinazioni possibili

La matematica ci insegna che le combinazioni si fanno con la potenza: 3 pilastri, ognuno presente o assente = 2^3 = 8 combinazioni.

Nessun pilastro – Spazzatura

Esempi:

  • foto sfocata random di niente
  • immagine AI bellissima fatta al volo, senza ricerca, senza messaggio
  • video di unboxing
  • poesia a frasi fatte

Non critico chi fa queste cose, le faccio pure io, il problema nasce dal pretendere che questa sia arte con la A maiuscola.

Un solo pilastro – Opera

Qui stanno la maggior parte delle cose che SEMBRANO arte ma non lo sono.

Solo novità

Qui ci sono le opere alla uovo di Colombo, quindi nessuno ci aveva mai pensato prima. L’uovo di Colombo di per se ha anche un messaggio quindi non so se sia un esempio appropriato:

  • NFT generativo random: mai visto prima (algoritmo unico) ma vuoto
  • La prima canzone, immagine, testo, fatta con AI
  • Un romanzo scritto tutto da “ciao ciao ciao ciao ciao ciao…”
  • Un videogioco fatto con un solo bottone che non fa nulla (ma qui potrebbe già esserci un messaggio, un’idea)

Solo messaggio

  • Scrivere “la guerra fa schifo” sui social
  • Un diario personale
  • I primi rap, probabilmente, in cui si parlava sulla musica
  • Un video tutorial fatto male tecnicamente

Solo tecnica

  • Classico assolo di chitarra fatto benissimo
  • Run di videogiochi fatta benissimo – ma non sei il primo a farla
  • Ritratto iperrealista su foto stock

Due pilastri – finalmente arte

Qui sta la maggior parte dell’arte vera.

Novità e messaggio

Qui c’è la parte un po’ Indie, o anche quella sfidante per certi versi: i non tecnici. Dove c’è un messaggio come sappiamo può essere soggettivo.

  • Woodstock (anche se di tecnica ce n’era)
  • Vasco Rossi primi tempi, prima di Alba chiara
  • Il primo che ha fatto la ice bucket challenge
  • La banana marcia di Cattelan

Novità e tecnica

Qui stanno tutte le avanguardie, gente anche navigata, che esplora l’arte in quanto tale e dà modo ad altri di aggiungere un messaggio in un secondo momento, qui stannotutti “i primi a fare una cosa così complessa”.

  • Toy story – Chissene del contenuto, abbiamo fatto un film in CGI completa!
  • Musica elettronica primi anni 50
  • Nuovi tipi di fotografia e video: hyperlapse, 3D, drone
  • GTA3 e l’open world

Messaggio e tecnica

Qui ci stanno i professionisti navigati che pur non facendo niente di nuovo mettono un’idea, un messaggio in quello che fanno. Anche qui soggettivo perché c’è il messaggio.

  • Assolo di chitarra ma non fine alla tecnica pura
  • Poesia classica, sonetto, la Divina Commedia, opere letterarie
  • Musica classica (ove ci sia anche un messaggio, un’idea)
  • Documentari naturalistici, di inchiesta, storici

I tre pilastri – i capolavori

Quando tutto si allinea, al netto del famoso messaggio soggettivo.

  • Beatles – Sgt. Pepper (1967)
  • Picasso – Guernica
  • Kubrick – 2001: A Space Odyssey
  • Leonardo da Vinci, direi tutto
  • Alcuni tipi di utilizzo della AI (lascio al lettore)
  • Michael Jackson – Thriller (il video)

Su quasi tutti questi non serve un framework o pilastri, c’è la quasi totale unanimità.

Grazie per avermi seguita in questo delirio, purtroppo credo che scriverò pure una seconda parte 😀 bacioni!

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being in 3D lifetyle and mindfulness

Il digital detox nel 2025

Lo scrolling doom e come siamo messi

Il cervello era in pappa, e forse lo è ancora. Lo scrolling doom è il fenomeno per cui ti metti usl divano alle 21 dopo cena e sei ancora sul divano alle 2am a capire come fa quel tizio a produrre due note contemporaneamente, o stai leggendo l’ennesimo status anti-governo arrabbiandoti perché non è abbastanza antigoverno o enon lo è nel modo in cui dovrebbe esserlo.

Ci rimette la plasticità mentale, la creatività, la memoria, la felicità stessa. Credo, e linkerò le ricerche che lo dicono, che l’imbecillità globale sia aumentata dall’iphone 3 e dall’espansione di Facebook.

Non è una battuta ma una riflessione sul fatto che le piccole gioie monodose su piccoli schermi intimi erodano la capacità mentale. Pensate, soprattutto se nati prima del 2000, quanto tempo ci annoiavamo. Quanto guardavamo fuori dalla finestra, dal finestrino del treno, sul marciapiede, tutti quei momenti in cui la testa aveva il tempo di riorganizzare i ricordi, le opinioni, le fantasie. Io quel tempo non lo avevo più. Zero, anche in auto di fatto era sempre lì lo schermino. Più discreto, ma sempre a disposizione.

Il tipo di contenuto da consumare è meno che monodose, frammentato, superficiale, sempre nuovo e anche sempre ripetitivo a soddisfare soddisfazioni meno che momentanee. Arte e contenuto stanno a reel quanto minestrone della nonna sta a cucchiaio di zucchero cacciato in bocca.

Come stavo

Perenne disattenzione, poca memoria, ma io non mi ricordavo i testi delle canzoni dall’inizio alla fine? E anche le date delle cose che mi succedevano, con chi eccetera. Non poteav essere solo l’età o la pigrizia. La lettura dei link che liccavo era più un precipitare dalla prima frase al secondo paragrafo e poi chiudere quasi annoiato, avendo colto alcune parole chiave.

Da musicista, anche a livello creativo chiedevo soddisfazioni immediate a quello che producevo, soddisfazioni che non arrivavano perché l’arte e la tecnica necessitano di tempo per esseres studiate, tempo per essere utilizzate e prodotte, e tempo per essere godute. Vuoi mettere con il video del gorilla che lancia la cacca?

Non scirov queste frasi da arrivato, o illuminato: forse la nebbia mentale è ancora lì, anzi forse non se ne andrà mai totalemnte (sono vecchio davvero), ma sicuramente ho avviato un processo.

Lo schiavismo al cortocircuito di appagamento continuo del feed era provocato da video estremamente divertenti, estremamente intelligenti a volte, a volte aancora spaventosamente reali, commoventi, ma che con il loro formato e durata non provocavano alcuna ritenzione di valore reale, non c’è una storia, non accendono un percorso mentale.

Posso passare da un video su come si faceva la carta nell’antica Cina alla storia di guarigione di una ragazza dal cancro, per poi ascoltare uno dei brani musicali più interessanti degli ultimi sei mesi, o ancora assistere a una visione cruda, reale e intelligente di una zona di guerra, alzare lo sguardo e non c’è più niente. La pornografia del reel è la stessa della pornografia sessuale: non c’è spazio per l’immaginazione, la mente è spettatrice passiva, anzi dorme proprio. Se il reel uscisse da questa logica verrebbe seppellito nell’algoritmo, non passerebbe le 10 visualizzazioni.

Cosa ho fatto

Forse la goccai che ha fatto traboccare il vaso è realizzare l’immagine che a volte davo ai miei figli.

Occhi fissi sullo schermino piccolo che ho in mano, mentre loro mi chiamano per chiedermi se l’uccellino che canta è verde o azzurro. Non lo so di che colore sia l’uccellino, ma è importante in quel momento, in quel secondo, dargli un attimo di attenzione e inventare un colore o mettere in piedi un gioco, qualcosa che stimoli la comunicazione o la fantasia.

In quei momenti mi sentivo una merda. Anche solo a ritardare quei 10 secondi per finire un reel, cosa impensabile se fossi stato a parlare con un amico o a leggere un articolo (in quei casi è giusto insegnare al bambino ad aspettare). Ma lì no, lo facevo aspettare per gli ultimi 5 secondi di battute dei Jackal, di uno sketch che per giunta avevo già visto un anno prima. Assurdo.

Facciamola breve: in casa, niente cellulare.
Sì, si può fare. Entro in casa, metto il cellulare in carica. Ho un eccellente smartwatch che mi notifica se qualcuno mi sta chiamando o scrivendo, quindi non ho scuse per non essere reperibile.

Improvvisamente scopri che la casa ha libri, ha cose da fare, e che i reel possono essere relegati alla merda che sono: in bagno. Tutt’ora il momento “cacca” è quello in cui mi lascio andare a TikTok. È il mio piccolo, ultimo baluardo di resistenza alla disintossicazione totale, ma è un compromesso che al momento mi va bene.

Ho preso l’iPad.

E tu dici: allora sei pirla. No, aspetta.
Questa è una parte fondamentale del mio percorso e il vero cuore di questo articolo. Una volta liberato il tempo e la mente dal vortice dello scrolling, ho avuto bisogno di riempire quel vuoto con contenuti di valore, che nutrissero davvero la mia plasticità mentale. Il protagonista per me è stato il tablet di casa Apple.

Il formato del device e il fatto che non ho installato alcun tipo di social media fa sì che il contenuto e i modi siano radicalmente diversi. Leggo e selziono con cura da diverse fonti, e i video li scelgo a manina da youtube ma me li guardo con attenzione e aolte prendo pure appunti.

Ho diverse sorgenti che mi aiutano in questa selezione, e spero di trovarne altre o di trovare un aggregatore RSS decente che mi permetta di ottimizzare ulteriormente questo processo. Al momento, le mie fonti principali sono:

  • Hacker News: per le notizie molto tecniche e gli approfondimenti sul mondo della tecnologia e dell’innovazione.
  • TLDR: per le notizie mediamente tecniche, un riassunto conciso ma efficace degli eventi più rilevanti.
  • Kite: appena scoperto da qualche giorno, è una fonte più generica di notizie, ma con un approccio che tende a favorire contenuti di qualità.

Sono tutte, ahimè, sorgenti in inglese, ma hanno in comune il selezionare articoli analitici, lenti, da leggere (Kite inevitabilmente un po’ meno). Vado così ad attingere a liste di blog scritti effettivamente da persone e non da IA (btw questo post è scritto tutto da me, con l’aiuto della IA per organizzare le sezioni), con post che superano quasi sempre i 5 minuti di lettura ciascuno. Questo mi permette di immergermi in un argomento, di seguirne il filo logico, di assimilare concetti e di stimolare la riflessione, esattamente il contrario di ciò che accade con i reel.

Appena visito un articolo o anche solo un titolo interessante lo metto nella mia fedele piattaforma di bookmarking, raindrop.io, a cui magari dedicherò un articolo a parte in futuro. La chicca ulteriore è che con Raindrop posso creare un portale dei miei link preferiti, una sorta di “social sano” personalissimo, uno spazio senza commenti altrui, solo cose che piacciono a me con i miei commenti e le mie riflessioni. Lo potete vedere qui: https://raindrop.io/giobimail/public-55589215.

Come sto

Bene, anzi immensamente meglio.

La mia concentrazione è sicuramente migliorata, la memoria pure, la felicità direi anche. Non che io sia nel Nirvana, ma sono banalmente più nel mondo in 3D, quello in cui ci sono profumi, cose da toccare, spigoli su cui sbattere i mignoli. Lavorativamente lo vedo moltissimo: il flow, la condizione in cui una persona è assorbita totalemtne in quello che fa e non si accorge che passano le ore, arriva e rimane più a lungo, riesco ad assimilare nozioni nuove più fecilmente e approfonditamente.

Insapettatamente, come l’ input era intasato di merda, ho anche realizzato che lo era l’output.

Quindi sto pure iniziando a fare una cosa che non facevo da quando è uscito Facebook: scrivo! E lo si vede, lo stai vedendo. Scrivo qui, non su uno status da due secondi. Mi chiedevo come mai il mio blog fosse desertificato, mi dicevo che la vita aveva cambiato ritmi, che il mondo era cambiato, che crescendo boh, mi interessava di meno.

Poi ho capito che stavo scrivendo, di brutto e tutti i giorni. Sui social. Polverizzato, insulso. Il processo di input si era degradato come quello di output. Dal blog, grande promessa di riflessione e condivisione della persona, ero passato al frammentare le mie seghe mentali in seghine più risonanti nell’immediato ma perse il secondo dopo. Più pollicioni blu, più cuoricini rossi, ma alla fine della giornata niente di fatto. Ho iniziato a scrivere due stupidate su Notion e ora, per la prima volta in modo strutturato, sto scrivendo qui di nuovo (speriamo diventi un’abitudine!).

Sto pure scrivendo un libro, che forse finirò ma non è così importante, sto suonando in un altro modo scrivendo e registrando brani ambient.

Relegate la cacca al momento della cacca, vedrete che bello!

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internet meta

La sirenetta nera è marketing e non è un modo per rendere inclusivo l’intrattenimento

A me la sirenetta nera piace, al netto di quanto mi può piacere un film disney oggi. Mi piacciono moltissimo le rielaborazioni artistiche in ogni campo, mi piace quando remixano un pezzo se c’è un intento creativo vero, mi piace quando i film vengono reboottati (sempre che non sia la millesima volta) (e magari non ci siano alternative) (batman sto guardando te), mi piace e anzi adorerei delle versione in genderbend di qualsiasi storia della pop culture, quindi ad esempio batman ma Bruce Wayne è Barbara Wayne e la Joker di turno sta con un bel Harry Quinn. Attenzione: non parlo di batgirl, personaggio piatto e secondario, parlo di una batwoman vera, un po’ come la Jane Foster di Thor quando è diventata Thoressa.

Sesso debole cosa?

Finalmente un film che parla dei neri

Il film non è ancora uscito e il mondo ne parla già come un successo epocale perché integra finalmente un personaggio di colore in una storia di fantasia. Finalmente! Abbiamo una principessa disney non bianca! A parte Jasmine, Pocahontas, Mulan, Tiana, Moana, Raya, Mirabel, Esmeralda che tra l’altro hanno delle storie originali e basate sulla loro storia, sulla loro cultura e il personaggio è intessuto anche sulla sua etnia.

Jasmine si ribella alle logiche patriarcali (fino a un certo punto), particolarmente forti in medio oriente, Pocahontas womansplains al John Smith di turno che c’è un mondo emotivo oltre a quello razionale e lo fa appellandosi a una filosofia che almeno a livello iconografico è legata alla natura e all’ascolto, e potrei andare avanti parecchio.

E poi vabbé c’è Ariel che è una sedicenne (o forse meno) che si innamora di uno e mette nei casini tutti per sposarlo.

Per chi è il race swap?

Sì, un reboot non mi dispiace e riallineare la storia al fatto che sposare uno appena conosciuto non è cosa è più che benvenuto, anche se Elsa lo aveva già spiegato abbondantemente. Mettere una sirenetta nera a me che sono maschio bianco e antirazzista non cambia onestamente niente, e chi dice che non sono io il target di questo concetto forse dovrebbe guardare a come un razzista prende una cosa del genere: si incazza e basta.

Lo hanno fatto per i neri? Qui arriva un punto delicato: mi immedesimo e quindi faccio whitewashing emotivo o non mi immedesimo e quindi me ne frego e sono whitecentrico? Tanto sbaglio lo stesso, quindi.

Mi immedesimo: se fossi nero, sarei offeso (o mi metterei a ridere). Cioè, tu mi dici che integri la mia cultura semplicemente perché stai colorando la pelle della protagonista di nero (marroncino?). Cioè mi meni, mi metti nei quartieri poveri, sfrutti il mio continente ma alla fine hai colorato la pelle di un personaggio di una TUA storia di un colore relativamente simile al mio e comunque plausibilmente la farai comportare come una donna emancipata della TUA cultura. No.

Non è benaltrismo, i segnali simbolici, quelli culturali, sono cose belle e necessarie: rivango Tiana con la sua storia fondata sulla cultura afroamericana o il recente 8: A South African Horror Story su Netflix che effettivamente parla di cultura africana. Lì vai a spiegare che l’Africa non è un colore di pelle o una cultura arretrata.

Insomma, bel gesto di marketing, ma secondo me che sono bianco non è inclusione bensì contentino.

Mi riservo di integrare più avanti. Nel frattempo buon divertimento!

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inside moment of being

Non portate un bambino nel bosco

Non portate un bambino nel bosco
scoprirà che ci sono
passi diversi da quelli orizzontali
che ci sono momenti in cui inciampare
ci sono punti in cui abbassarsi
ci sono punti in cui saltare
in cui scivolare
in cui farsi male e piangere
o anche senza piangere
ci sono piante dalle forme strane
ci sono piante con delle spine

troverà passi piccoli da misurare
oggetti che fanno male
bacche dai colori strani
foglie che cambiano colore

tempi che passano veloci
tempi che passano:
molto,
lentamente.

Ci sono animali che non può vedere
animali piccoli da scoprire
a volte troverà la neve
a volte troverà un fiume
vedrà case da lontano
vedrà posti senza case vedrà posti in cui non potrà arrivare
vedrà posti che non pensava ci fossero
vedrà case di gnomi
elefanti dietro gli alberi
sentirà il suono dei passi cambiare
e altri suoni da stare in silenzio,
se li si vuole sentire;

scoprirà che una strada fatta in avanti
è un’altra strada se fatta all’indietro.

Vi vedrà affaticati e non capirà perché,
e vi sorprenderà chiedendovi aiuto.
Vi chiamerà indicando un insetto
trovato con occhi migliori dei vostri.

Capirà la scarsità di tempo
di spazio
di acqua
di forze.
Capirà il valore del riposo e della temperanza.

Vedrà cose fatte dall’uomo
diverse da quelle della natura.
Imparerà passi piccoli se non vuole cadere
passi piccoli se non vuole stancarsi.
Sceglierà i suoi percorsi
che non saranno i vostri percorsi.
Dovrà chiedervi aiuto dove non riesce
lasciarvi alle spalle
dov’è meglio
di voi.

E voi,
e voi.
Dovrete stare ancora più attenti.
Perché potreste scoprire che volete
Giocare
Invidiando il vostro bambino
Oppure potreste
Ben capire
I limiti che avete.

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being in 3D

Perché (non) dobbiamo usare i social con il Covid

Una disanima di come usare i social con il Covid, ma anche no.

Questo è un post ad alto tasso di ovvietà, dovrò scrivere un metapost sull’ovvio.

Ho pubblicato uno status su Facebook, questo qui, forse per l’avanzare dell’età, forse per l’esasperazione del momento storico, forse perché era domenica e non sapevo cosa fare.

Sta di fatto che ho ricevuto critiche da diversi lati, ma il vero problema è che erano critiche giuste. Ed ho pensato che i social, in particolare Facebook, non è per niente adatto a gestire la complessità del Mondo di oggi, in particolare in eventi storici come il Covid. Ho detto una cosa vera? Sì.

Ho detto la verità? È impossibile dire la verità, perché è una realtà complessa che va oltre il linguaggio.

Diluizione e distillazione

Facebook come altri mezzi costringono ad addensare, saturare la propria opinione in una frase singola, e ad esprimere il proprio consenso in un pollice alzato o in una faccina.

Prima dell’avvento dei social c’erano opinioni probabilmente più dozzinali e reazioni che andavano oltre una faccina. Non è un post nostalgico: i social servono moltissimo e andrò avanti a usarli, ma dovrò riprendere il mio fioretto di usarli solo per gioco.

Le opinioni vanno veicolate da mezzi più lenti, più grossi, con possibilità di replica più trasversale. Ecco perché sto scrivendo su un blog ed ecco perché il mio blog non ha la possibilità di commentare. Questo è uno spazio salvo, recintato, in cui posso dilungarmi e finire il mio discorso senza essere assalito o senza che le parole vengano rapidamente scrollate da un pollicione che va verso l’alto.

Non mi sono preso impegni, ma mi piacerebbe tornare a scrivere quasi solo qui con frequenza molto irregolare. Scrivere ovvietà, che per me sono ovvietà ma per altri non lo sono.

Le cose che ho pubblicato in questi periodi nervosi mi hanno portato a scontrarmi in modo non proficuo con persone che so benissimo di stimare e con cui so di condividere valori; il conflitto scaturito era dovuto solo al mezzo di scambio, alla polarizzazione e alla sintesi di cui sopra.

Riga finale: rallenta e senti il profumo delle rose

Quindi. Come usare i social con il Covid? Disinstallate Facebook, usate Google news o Flipboard o altro per informarvi. Aprite Facebook da browser ogni tanto per farvi due risate e vedere gli eventi (che presto torneranno). Il demonio è azione, non oggetto.

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Ho disattivato i commenti

Questo blog è privo di commenti.

Ed è fantastico.

È una decisione che ho preso con molta facilità, questo sito è in piedi da quasi vent’anni ed è nato in un momento in cui non esistevano i social, il terreno su cui ci si muoveva era illibato, godurioso, silenzioso.

Il blog personale era una cosa sciallissima, in cui gli amici e qualche avventore commentavano con tempi rilassati i concetti. A volte ci si prendeva sotto, ma sempre con lentezza.

Era un bar di paese.

Oggi sappiamo cosa sono i social, e il tag di questo sito è diventato più tagliente: nell’era della sovrabbondanza dell’informazione, selezionare è tutto. Quindi, via i commenti integrati. Qui io parlo di quello che penso, e se ne volete parlare in positivo o negativo fatelo sui vostri profili, pagine etc. Generate traffico sul mio sito, vi ringrazio, ma tengo in rispettoso silenzio di replica la mia stanza.

Bacioni <3

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being in 3D

Lo standard app immuni e le cose che non avete capito

Troppo lungo; non ho letto

Questo articolo parla dello standard dell’app Immuni. L’app in questione non registrerà la vostra posizione GPS e non condividerà nessun dato con nessun server centrale. Condividerà dei dati anonimi solo nel momento in cui siete positivi al Covid e solo con un’esplicita azione. L’articolo è in modifica da quando lo ho scritto, qui potete trovare le integrazioni.

Premessa

Se pensate che lo Stato possa fare cose a caso senza rispettare leggi, questo articolo è una perdita di tempo. In questo caso vi consiglio di procurarvi un’arma e di autotutelarvi dagli abusi statali, perché da domani (o da oggi) potremmo svegliarci in un regime totalitario. Altrimenti, forse lo Stato non può proprio fare tutto quello che vuole e forse è nel suo interesse avere una popolazione sana e lavorante.

Analisi dello standard

Su facebook la malfidenza è alle stelle, e subito in seconda posizione viene lo sfottò alla malfidenza (date la posizione a facebook/runtastic/tinder ma non la date ad un’app che selve a salvare la vita).

Da informatico voglio contribuire alla cosa dando qualche dato tecnico in più. L’app non esiste ancora, parliamo dello standard utilizzato dall’app Immuni, ma quando esisterà probabilmente sarà nell’interesse di chi la rilascia renderla il più anonima possibile – altrimenti nessuno la installerà.

Sono qui per spiegarvi come funziona il tracing anonimo, che sarà con una probabilità altissima il modo con cui sarà progettata l’app in questione. No, non ve lo prometto, sì, è una mia speculazione su un altro progetto che cerca di stabilire un protocollo per il tracing anonimo.

Come funziona

Alice e Bob sono a cena insieme (benvenuta fase 2!), e hanno entrambi l’app Immuni. I cellulari si scambiano ogni pochi minuti dei numeri casuali (token) molto lunghi e univoci – vedeteli come dei numeri di serie delle banconote, con associata una data e un’ora.

Ogni cellulare memorizza tutti i numeri che riceve e che trasmette. I dati sono solo sul cellulare e viaggiano in bluetooth, quindi:

  • non sono e non passano su nessun server
  • il trasmittente non sa chi li riceve – potrebbero anche essere più dispositivi
  • il GPS non gioca nessun ruolo

Quindi mentre alice va in giro per il Mondo (benvenuta fase 3!) il suo cellulare manda in giro token e ne riceve anche di più: va a fare la spesa e prende un sacco di token, va a fare un giro in centro e ne prende ancora di più, sta a casa e se li scambia con tutti i famigliari e magari anche i vicini.

I token sono anonimi quindi anche se qualsiasi hacker, governo, matusa (cit), rubasse il cellulare ad Alice vedrebbe due noiosissime liste di numeri senza senso.

Passano una decina di giorni dalla tenera cena e Bob si ammala, è positivo al covid19. Bob è una persona coscienziosa, prende la sua app e schiaccia il pulsante rosso “sono positivo” ottiene un codice per poter schiacciare (se lo desidera) il pulsante rosso sulla sua app, ed a mio avviso non avrebbe motivo per non farlo in quanto l’app è anonima.

Ecco cosa succede

  • l’app di Bob invia al server per la prima volta delle informazioni: cioè tutti i token che Bob ha inviato nei 15 giorni precedenti
  • il server condivide con tutti la red list dei token di Bob
  • tutti i cellulari scaricano periodicamente le red list dei positivi
  • il cellulare di Alice la avverte che negli ultimi 15 giorni lei è stata in prossimità di un positivo, e le dice anche per quanto tempo
  • il cellulare di Alice non le dice chi è positivo, le dice solo che è a rischio
  • Alice si fa fare un test ma qui entriamo nell’ambito sanitario, non oggetto di questa digressione

Integrazioni

  • 27/4: è uscito ieri un articolo ottimo di agenda digitale che dà un’analisi molto migliore della mia
  • Questa non è un’app, è uno standard per creare delle app. Si chiama DP-3T e la ho già linkata più sopra – quindi non ha senso dire che funziona o no; l’app non esiste ancora e comunque è come discutere se una casa uscirà bene o male parlando degli standard di costruzione. Non ci sono abbastanza elementi.
  • Non è un sistema bullet-proof. Qualcuno potrebbe rubare il cellulare ad Alice e cliccare il pulsante rosso. Si potrebbe mettere un pin, o un’impronta digitale, o mandare una mail che chieda la conferma di aver cliccato il pulsante rosso ma rimane comunque un sistema exploitabile come tutti i sistemi di autenticazione – dall’home banking ai 600 euro INPS.
  • Ci sono casi limite in cui uno scarica l’app, la usa un’ora in cui va dal salumiere ed è da solo, poi la disinstalla e dopo una settimana la reinstalla, gli arriva la notifica della red list e chiaramente è stato il salumiere. Sì, in quel caso specifico non sarebbe anonima, sempre di essere sicuri che dal salumiere ci fosse solo lui e non anche il garzone.
  • Il governo ha optato per decentralizzare i dati, quindi per seguire la linea dello standard trattato in questo articolo. Per me è un’ottima notizia. Cito testualmente dal ministero
    Il sistema di contact tracing dovrà essere finalizzato tenendo in considerazione l’evoluzione dei sistemi di contact tracing internazionali, oggi ancora non completamente definiti (PEPP-PT, DP-3T, ROBERT), e in particolare l’evoluzione del modello annunciato da Apple e Google.

In conclusione

Nelle intenzioni, cioè nello standard utilizzato dall’app Immuni, non si condivide un cacchio con nessuno. È anche open source quindi si può verificare che effettivamente sia così. Non ci sono motivi reali per preoccuparsi al momento.

Se avete installato google maps sul vostro primo smartphone, plausibilmente vi stanno tracciando da dieci anni e ve lo hanno pure già chiesto.

A voi l’infografica che ho rubato dal repository github (grazie Erik), l’autore è un meraviglioso ncase.

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being in 3D

Un blog nel 2019

Ha senso fare un blog oggi?

Il riscaldamento globale, l’obesità incombente, il populismo, il prurito alla coscia sinistra.

Ma soprattutto i social. Quando ho iniziato, il blog era l’unico canale pubblico di condivisione di me stesso, oggi come tutti sono rimasto invischiato in facebook. Dieci anni fa gli amici e qualche sfortunato avventore venivano apposta su questo sito, vedevano qualche foto e soprattutto leggevano un articolo dall’inizio alla fine: oggi l’intervallo di attenzione è nell’ordine di secondi, quando leggo un articolo leggo l’inizio dei paragrafi per saltare i preamboli e capire se Carola Rackete è stata incriminata, se Trump ha effettivamente detto quello che c’è nel titolo, se i ginecologi sono effettivamente arrapati dalle loro pazienti.

Sì, comunque in realtà ha senso. Riporta una dimensione che io ho perso. Dedicare 5 minuti a leggere, non dare la possibilità di commentare, esprimere il proprio pensiero in termini relativi.

Per questo potrei iniziare a scrivere cose, riflessioni meno romantiche della fase romantica e meno giocose della fase giocosa e meno poetiche etcetc.

Prima per me, e poi per chi, magari mi leggerà.

A più tardi!

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the new groom

Solitario

Giocavo molto a solitario, quando mio padre aveva sostanzialmente vietato qualsiasi tipo di videogioco e sbavavo per l’informatica.

A un certo punto ero diventato bravissimo, velocissimo, giocavo al livello di difficoltà più alto, e lì ho realizzato cosa mi faceva andare avanti a giocare: una sensazione di piacere a livello della bocca dello stomaco, inspiegabile in un gioco così semplice. Succedeva ogni volta che cliccavo sulle carte in lato a sinistra, scoprendo quello che dovevo pescare. L’aspettativa, la promessa di una nuova soluzione, il fatto che il gioco sarebbe andato avanti.

A una seconda analisi mi resi conto di qualcosa di più: io dietro quella carta, sotto quel dorso, mi aspettavo qualcosa di molto più grande. Non saprei dire cosa, ma del cioccolato magari – delle tette. Un qualcosa che mi avrebbe dato una gioia oltremodo superiore rispetto a una semplice carta, digitale oltretutto, su uno schermo a 17 pollici. Il girare la carta era l’accesso a un mondo metafisico, a un concetto: a un’idea pura – con annesas un’inevitabile perpetua delusione, anche se non razionale.

E oggi, quali sono le carte da girare? Uscire la sera? Il matrimonio? Scappare in un paese lontano?